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La flessibilità in uscita nel modello Fornero

 Un regalo alle grandi aziende che non hanno motivi economici per licenziare... e che vorrebbero chiudere ogni lite in sede conciliativa, al riparo di ogni verifica dei presupposti, senza avvocati e senza giudici.

Avv. Riccardo Bolognesi

Le imminenti novità normative in materia di licenziamento, sinora negoziate solo con "le parti sociali", costituiscono l'ennesimo tentativo di distribuire sulla solidarietà generale (visto che gli ammortizzatori sociali nel breve - medio termine non vengono meno) i costi di molti licenziamenti evitabili, del tutto privi di "motivi economici" e di "giusta causa".

La riforma annunciata si pone nel solco della triste tradizione delle riforme del lavoro del nostro Paese, tutt'altro che orientata allo sviluppo delle imprese, della produzione e dell'occupazione, bensì attenta alle istanze di Banche, Assicurazioni e grandi Gruppi, cioè di quelle aziende che continuano a trovare troppe difficoltà a licenziare, visti i limiti dell'attuale ordinamento e degli orientamenti della giurisprudenza, quando i licenziamenti siano dettati, in verità, da obiettivi di riduzione dei costi del personale, finalizzati ad erogare premi al management, ai tagliatori di teste e ad incrementare i dividendi degli azionisti.

Grazie alle novità elaborate nel cantiere del Governo Tecnico, per poter attuare il ciclico ricambio di risorse umane orientato solo al risparmio dei costi (senza alcun riguardo per il know how che va perduto ma solo perchè i giovani costano meno ed hanno più entusiasmo, specialmente se devono conquistare una stabilità o hanno l'ambizione di acquisire una posizione inquadramentale), non sarà più necessario per la grande impresa ricorrere agli artifici dell'ultimo decennio.

Si ricorderà che contro la pretesa abrogazione dell'art.18 scesero in piazza, a Roma, nel 2001, circa un milione di persone.

Poi ci scappò il morto, il povero prof. Marco Biagi, e le grandi aziende iniziarono ad affidarsi ad un'applicazione strumentale dell'art.2112 c.c., nel testo modificato due volte, nel 2001 e nel 2003.

Applicazione rivelatasi utile nel breve termine (soprattutto rispetto ai lavoratori che non la contestavano) ma pericolosa e sempre più onerosa nel medio - lungo periodo, decorso il numero di anni necessario alla magistratura per dichiarare l'illegittimità e l'inefficacia delle cessioni di rami d'azienda dettate da finalità espulsive.

Tali operazioni, finchè sono state contestate da una minoranza dei lavoratori coinvolti, sono state strategicamente ed economicamente convenienti per le Aziende che ne hanno fatto uso in carenza dei presupposti di legge, cioè quando non preesisteva alcun ramo d'azienda, dotato di un'autonomia funzionale e di un'identità.

Per quasi un decennio i contratti di lavoro di centinaia di lavoratori  sono stati ceduti ad aziende fatiscenti, oppure create ad hoc, che avevano un solo business: procedere a licenziamenti collettivi dopo aver fatto sperimentare ai lavoratori che erano stati inopinatamente ceduti da Aziende che avevano bilanci decisamente in attivo e distribuivano agli azionisti utili invidiabili, l'amara esperienza della CIGS e dei contratti di Solidarietà.

In occasione delle cessioni dei contratti di lavoro, poste in essere senza richiedere alcun consenso ai lavoratori in quanto ricondotte, sia pur in frode alla legge, al disposto dell'art.2112 c.c., molte aziendine cessionarie dei rapporti di lavoro hanno ricevuto congrui corrispettivi correlati all'appalto di servizi destinati ad occupare in tutto o in parte, ma per un periodo limitato, il personale ceduto.

La giurisprudenza, lenta ma inesorabile, ha smascherato la maggior parte di queste procedure di espulsione di massa, note anche sotto il nome di esternalizzazioni.

Migliaia di lavoratori coinvolti nelle ultime procedure, nel 2011/2012, si sono però rivolti ad un avvocato ed hanno però reagito in giudizio.

Per questo, e non certo per sbloccare l'occupazione, si introduce il licenziamento per motivi economici, per continuare a liberare l'azienda da risorse che costano troppo, dopo venti/venticinque anni di servizio, sopportando un costo predeterminato (da quindici a ventisette mensilità), pagabili con comodo al termine di lunghissimi giudizi.

Si tratta, dunque, di un provvedimento che non farà ripartire l'occupazione ma espanderà ulteriormente gli "appaltini" con piccole imprese terziste, come stava già accadendo negli ultimi anni, in un contesto di progressivo degrado di responsabilità e di risultati da parte delle aziendine aggiudicatrici dei lavori già svolti da personale dipendente.

Licenziare più facilmente non consentirà di incrementare il numero di lavoratori occupati con contratto a tempo indeterminato, ma consentirà solo di abbattere, predeterminandola, l'entità dei risarcimenti del danno, esclidendo il rischio di pagare indennità pari alla retribuzione dovuta dalla data del licenziamento e sino a quella della reintegrazione nel posto di lavoro, che poteva essere disposta dopo un numero indeterminato di anni. O, meglio, secondo l'id quod plerumque accidit, dalla data del licenziamento sino a quella della transazione onerosissima con l'avvocato del lavoratore.

Una nota, conclusiva, ma assai importante,

Il Governo dei "tecnici" vorrebbe reintrodurre il tentativo obbligatorio di conciliazione, addirittura preventivo, in direzione provinciale del lavoro, e distrarre così, un'altra volta, la tutela dei diritti dei lavoratori dalla naturale sede giurisdizionale. Così si vorrebbero privare i lavoratori dell'assistenza e della difesa tecnica di un avvocato, in nome di una soluzione conciliativa "assistita" sindacalmente.

Non è accettabile un'ulteriore invasione di campo da parte degli "uffici vertenze sindacali", come è già accaduto in passato e come continua ad accadere nell'ambito delle procedure concorsuali, quando un lavoratore è costretto a formulare istanze di ammissione al passivo del fallimento e può farlo senza un legale ma onorando iscrizione e costi di assistenza da parte del sindacato.

Troppi diritti e troppi crediti vengono sacrificati per accordi ed equilibri di "carattere generale".

Sempre più si cerca di sostituire alla tutela dei diritti, costituzionalmente garantita, soluzioni alternative ancora piu costose (si pensi all'obbligatorietà della mediazione) ma senza le garanzie che dipendono dall'applicazione di norme di diritto.

La tutela dei diritti soggettivi, individuali per definizione, soprattutto dopo aver patito un licenziamento, è materia che deve essere devoluta ad un giudice con l'assistenza di un avvocato.

Soprattutto quando le norme offrono, come sembra emergere dalle bozze del ddl, una discrezionalità troppo ampia, anche al Giudice.

La diversità dei regimi potrebbe indurre il datore che recede a qualificare il licenziamento sempre "per motivi economici".

Nessuno può pensare di impedire l'esatta qualificazione del licenziamento da parte del Giudice aggirando il processo e tagliando la strada al lavoratore che ha il diritto di proporre ricorso dinanzi al Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro.

Ed in quella sede, con la piena consapevolezza dei rischi del giudizio e delle rinunce che formalizza, il lavoratore potrà essere tutelato, scegliendo anche di conciliare la lite, ma senza subire l'inaccettabile pressione, addirittura preventiva, da parte di coloro che lo convinceranno ad accettare poche mensilità perché il processo chissà quanti anni durerà.

Spero che il mio messaggio raggiunga tutti i lavoratori che, a breve, si troveranno ad affrontare questa nuova insidia.

E che raggiunga tutti i Giudici del Lavoro che hanno la responsabilità dell'utilità del processo, della sua ragionevole durata e, quindi, dei diritti tutelandi.

Riccardo Bolognesi - Avvocato in Roma - Associazione Avvocati Per il Lavoro